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Di fronte ai problemi che affliggono il nostro pianeta, la decrescita non è un'opzione tra le tante ma l'unica necessaria.
È evidente che non possiamo imporre a un pianeta chiuso e limitato come la Terra una crescita illimitata.
Infatti, tale crescita si basa su un utilizzo sempre maggiore delle risorse del pianeta e genera una quantità di rifiuti sempre più abbondante.
Abbiamo ormai superato la capacità di carico della Terra e consumiamo il "capitale terrestre" anziché accontentarci dei suoi frutti.
Abbiamo inoltre superato la capacità del pianeta di eliminare le molteplici sostanze chimiche create dall' inventiva umana e che la natura non è capace di metabolizzare.
Il risultato è che l'equilibrio del pianeta, quale noi lo conosciamo
e del quale abbiamo bisogno per la nostra sopravvivenza, si trova minacciato
a breve termine.
Che Cosa si fa per fronteggiare questa minaccia? Chi può, consuma sempre di più, gli altri aspirano ad arrivare al più presto al livello di consumo dei più ricchi.
E i nostri governi spingono al massimo sull' acceleratore: «Bisogna mantenere una crescita continua per giungere a creare posti di lavoro e sostenere un costante aumento dei consumi».
Ci troviamo effettivamente di fronte a un bivio.
Per coloro che hanno conservato una certa lucidità, è chiaro che raggiungeremo presto limiti invalicabili nell'utilizzo delle risorse del pianeta.
Credere che la scienza e la tecnologia potranno far arretrare all'infinito la soglia limite dei consumi, rischia di diventare un mito pericoloso.
Siamo vicini a questo limite e le conseguenze saranno presto inevitabili; la sola incertezza che rimane è di sapere in quale ordine esse si manifesteranno.
Vedremo i nostri figli cominciare a generare dei mostri a causa di tutte le sostanze mutagene che assorbono quotidianamente dall'aria che respirano, dall'acqua che bevono e dal cibo che ingeriscono? A meno che non diventino semplicemente sterili...
I mutamenti climatici trasformeranno i nostri paesi in deserti o in paludi?
Gli organismi geneticamente modificati manderanno in rovina le colture secolari che assicurano l'essenziale dei nostri approvvigionamenti alimentari?
Le popolazioni del terzo mondo, sempre più consapevoli del loro crescente impoverimento, decideranno di farsi giustizia?
Se non ci si muoverà rapidamente per scelta responsabile, verrà il momento in cui bisognerà agire per necessità.
Davanti alle catastrofi, i governi non avranno scelta.
A quel punto ci incammineremo verso società autoritarie in cui verranno imposte misure restrittive alla maggioranza della popolazione.
Queste misure risparmieranno i potenti, possiamo esserne certi. La società rischia di diventare ancora più ingiusta, con privilegi sempre più vasti per una minoranza.
Fortunatamente, nel nord come nel sud del mondo, alcune donne e alcuni uomini hanno capito che stiamo percorrendo la strada sbagliata, che la direzione della globalizzazione che ci viene prospettata come desiderabile e ineluttabile conduce direttamente alla catastrofe.
Hanno capito anche che non ci si può aspettare più nulla da governi compromessi e asserviti alla legge del denaro.
Le nostre cosiddette democrazie occidentali non hanno nulla di democratico.
Siamo forse stati consultati prima di inviare i nostri soldati a bombardare l'Iraq o il Kosovo? E prima di lasciare che alimenti tratti da OGM invadessero i reparti dei nostri supermercati? [...] In conclusione, prima di prendere tutte queste decisioni che toccano direttamente la nostra vita?
Il pericolo maggiore che ci minaccia è la passività.
Ci dicono che, dopo il fallimento del socialismo, il capitalismo e il primato del mercato rimangono l'unica via possibile.
Non è vero.
È vero che non conosciamo tutte le soluzioni ai problemi sociali e ambientali con i quali dobbiamo confrontarci, e non abbiamo ancora una visione precisa di quale potrebbe essere la società ideale, ma sappiamo che vi sono certamente altri modi di agire che permettono di progredire verso una ecosocietà in cui gli esseri umani possano vivere in armonia tra loro e con la natura.
Insomma, si tratta di superare la sottomissione all'economia per giungere a una società che favorisca un benessere autentico a tutti i suoi componenti.
Come fare per realizzare questi cambiamenti?
Per il momento, bisognerebbe impegnarsi su tre fronti strettamente legati tra loro:
Non facciamoci illusioni: il capitalismo non cederà facilmente. Al potere del denaro dobbiamo opporre il potere del numero, dell'inventiva e della tenacia.
Non svilupperò qui il secondo e il terzo punto, anche se non per questo li ritengo meno importanti.
L'espressione "semplicità volontaria" è stata resa popolare negli Stati Uniti da Duane Elgin nel suo libro Voluntary Simplicity, pubblicato nel 1981.
Elgin attribuisce la paternità del concetto a Richard Gregg, un allievo di Gandhi che scrisse nel 1936 un articolo che portava lo stesso titolo. Da parte mia, scrissi una prima versione de La semplicità volontaria nel 1985, nel quadro di una raccolta sulle questioni sanitarie, ma la mia riflessione sulle questioni sanitarie mi ha portato a concludere che, nei nostri paesi industrializzati, la maggior parte dei problemi di salute sono causati da un eccesso nei consumi.
La nostra ricerca della salute dovrebbe condurci a uno stile di vita più sobrio, nettamente contro corrente: «Semplicità non significa povertà; è un privarsi di qualche cosa per lasciare maggiore spazio allo spirito e alla coscienza; è uno stato dello spirito che invita ad apprezzare, assaporare e ricercare la qualità; è una rinuncia agli oggetti che appesantiscono, infastidiscono e impediscono di andare a fondo alle proprie possibilità».
Il consumo eccessivo ha inoltre degli effetti sociali ed ecologici e per questo motivo «la strada della semplicità volontaria non costituisce solamente una via migliore per la salute di coloro che la intraprendono ma [anche] senza dubbio, l'unica speranza per l'avvenire dell'umanità».
La strada della semplicità volontaria comincia con un cammino personale di introspezione: si tratta per ognuno di trovare la propria identità e i mezzi per rispondere ai propri bisogni reali, fisici, sociali, affettivi o spirituali. Nel nostro mondo dell'abbondanza, questo significa che non bisogna più compiere le proprie scelte sotto l'influenza della moda, della pubblicità o del giudizio degli altri.
Quando si comincia a scegliere con la propria testa, si consuma di meno e si ha meno bisogno di denaro.
Si può dunque lavorare di meno e utilizzare il tempo recuperato per fare ciò che è essenziale alla nostra piena espressione: riflettere, parlare con il prossimo, manifestare la nostra compassione, amare, giocare... in modo da soddisfare da noi stessi quei bisogni che sempre più spesso colmiamo con l'acquisto di oggetti che ci rendono sempre più dipendenti.
Il tempo ritrovato costituisce la dimensione essenziale della semplicità volontaria.
Esso permette la presa di coscienza e il controllo della propria vita.
La semplicità volontaria costituisce una leva per cambiare il mondo rifiutando il consumo indiscriminato e il sistema capitalista che devastano il pianeta.
Coloro che fanno la scelta della semplicità volontaria, la fanno per diverse ragioni:
La semplicità volontaria costituisce attualmente un movimento sociale che acquista di giorno in giorno sempre più importanza.
Essa offre la rara opportunità di lavorare alla propria piena realizzazione agendo allo stesso tempo per il bene della collettività.
Inoltre, la semplicità volontaria si iscrive in una corrente sociale di fondo: i cittadini hanno perso fiducia nei propri governi e capiscono che, se vogliono ottenere qualche cambiamento, tocca a loro stessi agire.
Come scrive Gustavo Esteva: «Questa classe di scontenti, che fanno pressione affermando che esiste una maniera più sensata di pensare, riconosce che il porre dei limiti politici ai progetti tecnologici e ai servizi professionali, non può essere formulato, espresso o realizzato che sulla base di decisioni e iniziative personali, liberamente consentite, e grazie ad accordi comuni. Il loro punto di vista si è quindi gradualmente spostato: invece di prendere come punto di riferimento "l'insieme della società", riconoscono ormai che questo orientamento intellettuale e politico nasconde una trappola pericolosa. È per questo che concentrano le proprie riflessioni e i propri sforzi sul piano locale, nel proprio spazio concreto, sul proprio territorio».
Il successo del commercio equo e solidale, dei sistemi di scambio locale (SEL), dell'agricoltura sostenuta dalla comunità e di chissà quante altre iniziative radicate localmente, mostra molto bene la vivacità di questa tendenza.
La semplicità volontaria permette a ciascuno di noi di cominciare
ad agire qui e ora.